Archive for the ‘Imprenditoria’ Category

Il dark side della tesi sull’imprenditoria moderna

Nero opaco e con i caratteri color tortora.
La cromia non aveva incontrato i gusti del tipografo che avrebbe preferito un bel blu o verde come colore per la copertina della mia tesi di specialistica. Io invece la volevo proprio così: nera, come le notti d’estate che avevo passato a scrivere, con il font grigio tortora, come i cieli di Copenhagen e Londra dove avevo vissuto e dove avevo raccolto le interviste di tanti imprenditori che sarebbero poi confluite nella tesi.

“Actics: nuova imprenditoria e comunicazione nella New Economy” parla del distruttore creativo descritto da Schumpeter, del nuovo  proletariato creativo di stampo Marxista, della Rete di Castells e delle conseguenze di questa individuate da Kelly, della classe creativa di Florida e della nuova economia etica individuata da Arvidsson, docente che mi ha seguito e consigliato durante la stesura della tesi.

Era il 2007 e mi trovavo a Copenhagen, capitale che quell’anno Monocle avrebbe messo al primo posto nella classifica “The world’s top 25 liveable cities” e che la Commissione Europea avrebbe poi inserito al 5° posto tra le capitali mondiali più innovative nel campo imprenditoriale.
In quel periodo in Italia pronunciare parole come startup, digital entrepreneur o proletariato creativo avrebbero suscitato un aggrottamento della fronte di buona parte degli interlocutori.

Sono passati 5 anni e proprio oggi, mettendo in ordine le infinite scatole del trasloco di Novembre, mi ricapita tra le mani la stessa copertina nera opaca. Le cose sono cambiate e termini come digital economy,  startupper e creative class non sono più così estranei.
Ho comunque pensato di pubblicare nei prossimi giorni un breve abstract della tesi sperando che possa aiutare a capire l’evoluzione del concetto di imprenditoria per chi non l’ha ancora ben chiaro o semplicemente coglierne il background sociologico per chi è invece già del settore.

[Post Soundtrack “Hold Nu Kay” – JaConfetti]

Professioniste sì ma con il sorriso

Ho appena terminato il libro di Lois P. Frankel, consulente e psicologa che nel volume  “Le brave ragazze non fanno carriera” descrive gli errori più comuni che le donne commettono nella sfera professionale. Sono ben 101 gli errori che l’autrice elenca e che ogni giorno noi donne riusciamo, senza neanche tanto impegnarci, a commettere alle nostre scrivanie e con i nostri colleghi. Alcuni esempi sono  il non riuscire ad esprimere le nostre idee apertamente, lasciare che siano sempre gli altri a prendersi i meriti, sminuire i nostri traguardi, renderci invisibili agli altri invece di instaurare dei rapporti che potrebbero essere utili in ambito lavorativo, non “disturbare” o “eccedere” con le nostre richieste. Questi comportamenti sono per la maggior parte frutto della socializzazione a cui siamo state esposte, ossia dell’educazione che ci è stata impartita sin da piccole.

Le brave ragazze non fanno carrieraTra i 101 consigli che la consulente dà, ve ne sono però alcuni che mi hanno lasciato un po’ perplessa. Ecco degli esempi:
le gambe? Mai accavvalate
perchè entrambi i piedi devon essere ben saldi a terra per dimostrare forza e stabilità emotiva!
Basta con quei sorrisi da ragazzina incapace di ricoprire ruoli autorevoli! Se per caso avete una ciglia che vi è finita nell’occhio dovete lasciarla là perchè  toglierla vi renderebbe vulnerabili ed infantili.
I capelli? Per carità non toccateli! Se vi sistemate una ciocca dietro l’orecchio, tutti vi vedrebbero come una adolescente dolce e docile e da sottomettere.

Questi sono solo alcuni esempi più divertenti, ma in generale si può dire che la professionista e la donna in carriera descritta da Lois P. Frankel sembra essere un automa,  noiosa, omologata, fredda e senza anima, quasi a volere inseguire l’ideale di un Gordon Gekko in gonnella.
Penso invece sia più giusto pensare donne in carriera, professioniste, determinate, volenterose e tenaci ma, anche, uniche nel rispetto di quello che sono, del proprio modo di essere e nel rispetto anche degli altri, in questo caso colleghi ed ambiente di lavoro.

Alcune osservazioni e suggerimenti dell’autrice possono essere sicuramente utili e validi ma, messe così tutte insieme in un unico libro, rischiano di mortificare il potenziale e le peculiarità della donna in ambito lavorativo.

[Post Soundtrack “Let the river run” – Carly Simon]

Cosa resta del Venice Startup Weekend

Sono passati poco più di due mesi dal Venice Startup Weekend che si è tenuto ad H-Farm.
Durante i due giorni e mezzo di intenso lavoro, una decina di gruppi si sono cimentati nella realizzazione di una idea imprenditoriale ed hanno sviluppato business plan e possibili demo.
Molte sono le idee discusse, la maggior parte delle quali legate al web 2.0 ed al mobile.
Tante le idee ma solo 3 sono state le vincitrici, tra queste GoWar,  un social game per iPhone che replica in maniera originale e geolocalizzata il famoso Risiko!, e Plashion, servizio che permette di condividere con la rete in maniera semplice e veloce le immagini degli ultimi acquisti.

A due mesi dall’esperienza, per tutti i partecipanti intensa e molto istruttiva, viene spontaneo chiedersi:
cosa è rimasto di questo weekend?

Per tutti i partecipanti di sicuro i vari account social si sono arricchiti di nuovi followers su twitter, nuovi contatti Facebook e LinkedIn ma le ideas?

Ci vediamo a Settembre con nuovi aggiornamenti su questi progetti emergenti, nel frattempo buone vacanze a tutti.

Nuova Imprenditoria: How to make it

Lontano dalle concezioni marxiane, dove terra, capitale e lavoro identificavano la figura dell’imprenditore, oggi il concetto di imprenditoria è mutato e si è caricato di significati inediti.
L’aggettivo che meglio sembra descriverlo è creativo.
L’imprenditore moderno è creativo nel senso che è capace di utilizzare la propria creatività ed il proprio talento nelle modalità desiderate. Il suo successo dipende, oltre che dalle competenze professionali, anche dalla sua capacità di inserire e canalizzare tali elementi nei network adatti a portare profitto. Creatività, capitale umano e sociale come elementi e strumenti della nuova imprenditoria, più democratica ed il cui status è diventatato più accessibile.

A tracciare i caratteri e lo stile di questa nuova figura imprenditoriale è “How to make in in America”, serial trasmesso di recente dall’HBO e che racconta le avventure di due giovani americani alle prese con un sogno:  mettersi in gioco e creare un marchio di jeans.

Ed ecco ricostruita in una New York realistica ed, allo stesso tempo, glam le vicende di questi due ragazzi che inseguono un sogno e che utilizzano tutti mezzi in loro possesso (amici, background artistico, un pizzico di fortuna nel conoscere le persone giuste,  e qualche piccolo raggiro di un cugino messicano) per raggiungerlo.

Abbandonati i set fake e gli studi televisivi, il serial mostra la New York più reale.
E’ una città vera e con persone vere quella che emerge dagli scatti fotografici che si sovrappongono tra una scena e l’altra in ogni puntata.

Questo “nuovo realismo” non solo porta ad uno stile più fresco ma aiuta, soprattutto, a trasmettere il messaggio di cui si fa portatore il serial: la storia non è pura fiction,  ma una sorta di realtà narrata e, quindi, tutti noi possiamo make it se veramente lo vogliamo.