Il Sanremo dei Sigur Ros

Sanremo è spesso una scusa per gli italiani per autocommiserarsi e per criticare il Paese. Tendiamo  a dissociarci dall’evento ma, in realtà, lo critichiamo e lo evitiamo per ciò che rappresenta: l’immobilismo dell’Italia e del suo popolo.
Critici di professione ed improvvisati, editori di riviste patinate e paparazzi di giornali scandalistici si sfregano le mani in attesa dell’evento ed aspettando qualche gaffe e colpi di scena, veri o architettati.
Eppure quest’anno mi piace pensare che Sanremo sia stato diverso.

Ciò che ha messo in moto questo ragionamento è stata la scelta di utilizzare Hoppipolla dei Sigur Ros come stacchetto del Festival di Sanremo.  Che si tratti di plagio o meno, la scelta del pezzo del gruppo islandese – che si caratterizza per delle musiche melanconiche, mistiche, cariche dello spirito libero e un po’ sofferente della desolata e suggestiva terra natia – osa di più rispetto all’intro dell’anno precedente con Mina che cantava Nessun Dorma.


Altro plus dell’edizione 2010, è la mancanza di personaggi come Paolo Bonolis, con il suo cache da 1 miliardo di euro,  o  di Pippo Baudo, ed i suoi 90 anni di conduzione.
Il “programma dell’anno”, sulla televisione di Stato, in prima serata ed in mondo visione è andato quest’anno all’Antonellona Clerici (pagata la metà dei colleghi Baudo e Bonolis..), neomamma di una bimba avuta da un uomo di 13 anni più giovane. Non male se consideriamo che in Italia il sesso femminile è  presente in tv non tanto per il talento, quanto per la presenza fisica. Non male, dunque, che il Festival sia dato ad una donna che rompe con lo stereotipo dell’italiana e che fino a poco fa cantava le tagliatelle di nonna pina.
Un altro aspetto positivo è l’assenza di vallette, modelle, soubrette di turno che, nella tradizione televisa italiana, solitamente affiancavano la conduzione maschile.  Sgambettanti su e giù per le scale dell’Ariston, le fanciulle erano di solito costrette a muoversi dentro abiti da sera aderenti e suntuosi che, da un lato, ne risaltavano la bellezza e, dall’altro però,  le rendevano ancora di più un accessorio che un vero supporto alla conduzione del programma.

Altre novità sono state l’assenza da scale vertiginose, ed un palco più basso, quasi a livello del pubblico. I 50 metri di dislivello tra cantanti e platea sono diminuiti, non solo grazie all’architettura della scenografia ma, anche, ad Antonellona che – come una mamma chioccia – sembrava volere creare con i presenti una grande famiglia (deformazione familiare?).

Insomma, quest’anno il programma sembra più moderno, meno finto ed ingessato. Ho detto meno, non che non lo sia.
Neanche la dolce genuinità dell’Antonellona riesce infatti nell’impresa impossibile di salvare il Festival. Perchè?
Perchè – come dice il tormentone – Sanremo è Sanremo.

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